24 Novembre 2008
La notizia è di sabato scorso. Uno studente di 17 anni è morto a causa del crollo di un controsoffitto in un liceo scientifico della provincia di Torino. A pagare le spese della totale mancanza di sicurezza dovuta forse all’incuria, forse alla superficialità degli interventi strutturali fatti di recente nell’istituto, sono state, oltre alla giovane vittima, altre 20 persone, una delle quali (un altro ragazzo) ferita gravemente e a rischio paralisi. Immediatamente è partito un macabro balletto mediatico: i soliti avvoltoi di Studio Aperto si sono cimentati nella specialità in cui sono imbattibili: i servizi strappalacrime in cui stuprano la privacy e soprattutto il dolore delle famiglie toccate dalla triste vicenda; le edizioni online di tutti i quotidiani esistenti sul suolo italico si sono fiondate a peso morto sulla storia da sbattere in prima pagina. Intendiamoci: è giusto che i giornali raccontino il fatto, è giusto che rendano noto ai cittadini ciò che è successo e che potrebbe succedere di nuovo. E’ la funzione degli organi di informazione, è anche un servizio di cui beneficiano i lettori. In questo caso, però, hanno fatto di più, molto di più. Hanno affrontato, secondo me, il tragico fatto, in maniera a dir poco opportunista. Come sempre, la morte è diventata il pretesto per una squallida serie di rivendicazioni, per un pietismo ipocrita, per le classiche “lacrime di coccodrillo”. All’improvviso la sicurezza nelle scuole è diventata una priorità, come è giusto che sia. Quello che mi rende sconcertato è la tempistica: prima che ci scappasse il morto, nessuno si preoccupava della precaria condizione delle strutture scolastiche, nessuno faceva lunghi e accorati speciali televisivi sull’argomento, nessuno dedicava interi siti web alle segnalazioni di studenti e professori. Eppure (cito un articolo apparso su “Il Manifesto” del 23 novembre) nel 2007 sono stati 90478 gli infortuni “sul lavoro” ai danni degli studenti, 12912 per quello che riguarda insegnanti e bidelli. Chi osava avanzare dubbi sulla questione della sicurezza, chi si permetteva di polemizzare contro il degrado che tuttora accomuna centinaia di istituti, come minimo veniva ignorato; nella peggiore delle ipotesi era accusato di essere pretestuoso. La tragedia di Rivoli è stata gravida di conseguenze, soprattutto sul versante della comunicazione. Con una velocità impressionante è diventata una questione politica. Assessori, Ministri, maggioranza e opposizione, amministratori locali e segretari di partito; ognuno ha detto la sua sull’argomento, non risparmiando aspre (e generiche) critiche all’operato del Governo (nel caso dei politici di opposizione) o energiche (e squallide) arringhe in difesa della (giustamente) vituperata Gelmini e dei suoi colleghi. Ancora una volta, il fulcro del dibattito è una delle tante uscite a vuoto del Presidente del Consiglio (nella fattispecie quella sulla “drammatica fatalità”) e non il fatto in sé e la strada da percorrere affinché non si ripetano più cose del genere. Ora, non voglio lanciarmi nel pistolotto pietoso e nemmeno in un qualunquista attacco a testa bassa nei confronti della politica. Dico semplicemente che è mostruoso urlarsi addosso e rimpallarsi le responsabilità anche davanti all’evidenza di un problema che è stato latente per decenni, emerso ora in modo più che mai dirompente. I mezzi di informazione, con avvilente servilismo, non hanno tardato a prendere le parti di questo o quell’altro, dimenticando la sostanza degli eventi e trasformando la notizia in una sorta di leggenda popolare, fonte di becere chiacchiere da bar (quello di fronte a Montecitorio), gossip per avvinazzati e passivi fruitori di pappette pseudo-giornalistiche.
Ora che il dramma si è consumato, è di moda parlare di sicurezza, è di moda indignarsi per l’accaduto. Tutto questo è linfa vitale per il sempre più ampio partito dell’ipocrisia, del “tanto sono tutti uguali”. Spero, però, che a questo punto, dalla merda dei falsi sentimenti nasca il fiore dell’azione concreta. Spero che le insipide parole di finto dispiacere vomitate dal vip di turno si trasformino in interventi veri, tangibili, a favore di una scuola che sta perdendo pezzi non solo culturalmente, ma anche fisicamente.
22 Novembre 2008
Nel post di oggi torno a parlare di partecipazione politica, anzi, di una sua lontana parente. La discrezione mi impone, ancora una volta, di non scrivere il vero nome del soggetto a cui è dedicato questo mio ultimo intervento. Diciamo, però, che in Italia, da poco più di un anno a questa parte, ha preso piede una strana combriccola, che per convenzione chiameremo “Polli Disossati”. Nel corso dei mesi, su questo allegro carrozzone sono salite le tipologie di persona più diverse. In molti erano armati di buone intenzioni, di una genuina (e spesso ingenua) voglia di cambiamento, altri, invece, erano (e sono) mossi da un bieco arrivismo, da uno sfrenato (e a volte malsano) desiderio di fare carriera. Un discreto numero dei componenti della prima categoria partecipa alle attività dei Polli con sempre minore convinzione, alcuni meditano l’uscita dal club, altri sono già passati alle vie di fatto. I componenti della seconda, riconoscibili dal piumaggio estremamente lucido, dettano (come prevedibile) i ritmi e le modalità di azione dell’organizzazione, producendo effetti, in alcuni casi, perversi. Ma lasciamo da parte il delirio di orwelliana memoria e passiamo a parlare del fatto che mi ha stupito e mi ha spinto a scrivere queste poche righe. Detto brevemente: per tutta la giornata di ieri si sono svolte le elezioni primarie (diavoleria importata dagli USA e prontamente stravolta dagli scaltri italiani) per eleggere i componenti degli organi dirigenti regionali dei “Giovani Disossati”. Insomma: i pulcini. Il seggio era allestito alla bell’e meglio in un locale comunale. Le urne erano due scatole di scarpe foderate di carta adesiva bianca, con su scritto il tipo di schede da imbucare all’interno di ciascuna di esse; la cabina elettorale era una felice utopia e il personale era ridotto ad una sola persona. Non è, però, l’aspetto puramente formale quello che mi ha preoccupato di più. I dubbi sulla questione della correttezza mi vengono ogni volta che mi imbatto in una di queste elezioni improvvisate: la scarsità di controlli e la superficialità dell’organizzazione dell’ evento potrebbero avere delle conseguenze poco piacevoli sul piano della effettiva regolarità delle operazioni di voto. Un militante poco onesto potrebbe in ogni momento votare alla chetichella qualche decina di schede e mettere qualche firma fasulla sui registri dei votanti. Fortunatamente questa eventualità, nel caso specifico, risulta essere alquanto remota, data la correttezza delle persone coinvolte. Ad onor del vero: io non ho fatto caso se sui registri ci fosse la colonna sulla quale scrivere il numero di riconoscimento dei documenti di identità; in questo caso, la conformità alle regole non sarebbe stata a rischio. Voglio, però, indirizzare maggiormente l’attenzione verso alcuni aspetti di questa situazione, a mio giudizio abbastanza avvilenti. Aspetti che permettono, per quanto possibile, di tracciare un sommario identikit dell’elettore e dell’ “eleggibile” medi, almeno in rapporto alla singola iniziativa. Ora, un particolare importante è costituito dalla collocazione geografica del seggio: questo era ubicato (ogni tanto un parolone ci vuole J) in prossimità della biblioteca comunale, frequentata, nel pomeriggio, da gruppi di ragazzi dei primi anni delle scuole superiori, che si ritrovano per studiare o anche solo per passare un po’ di tempo al cazzeggio. Bene, la maggior parte di coloro che hanno espresso la propria preferenza era costituita proprio dai giovani utenti della biblioteca, letteralmente chiamati a dare il loro voto senza tuttavia avere un particolare interesse verso la causa e senza conoscere i candidati sui quali hanno riposto la loro fiducia. Un’altra fetta dell’esiguo elettorato era composta da amici e parenti dei candidati. Ed ecco che si scoprono gli altarini: siamo davanti all’ennesima forma di democrazia calata dall’alto, di partecipazione non partecipata, di coma politico indotto. Questa mia tesi si è rinforzata dopo la lettura dell’elenco degli aspiranti dirigenti. Nessuno di loro è associabile ad un percorso di militanza politica, alcuni fanno parte di quel settore di popolazione che fa del disinteresse una sorta di bandiera, c’è chi non ha la minima idea di ciò che significhi essere parte di un soggetto politico, chi vuole l’avanzamento di grado senza fare sacrifici, senza fare sforzi, chi è incline a non “sprecare” il suo tempo ad una manifestazione o nella preparazione della festa del partito. Niente di più che nomi su un pezzo di carta, entità evanescenti, lontane, avvolte da una nebbia sottile che impedisce di distinguerne i connotati. Se si segue questa strada, come si pretende di “avvicinare i giovani alla politica”? Merita, infine, di essere menzionato, il contenuto della scheda gialla. Con questa si eleggeva il Segretario Nazionale dei “Giovani Disossati”. I candidati erano, se non ricordo male, quattro. Quattro illustri sconosciuti. Quattro nomi. Parole intercambiabili, dal significato oscuro, parole che lasciano spiazzati. Per quello che riguarda gli aspiranti dirigenti regionali, almeno, c’era l’attenuante della possibile conoscenza diretta: in questo caso no. Scopro adesso, attraverso internet, i loro volti, le loro storie, i loro aperitivi preferiti (sarcasmo buttato lì J); ma quanti degli elettori delle primarie hanno avuto il tempo o la voglia di andarsi ad informare su di loro? Quanti hanno letto i loro programmi politici? Io credo molto pochi, forse nessuno (almeno nella mia zona). Colpa degli elettori? Non direi. Penso, da esterno, che la comunicazione interna al partito abbia moltissime lacune. Molte delle decisioni vengono sostanzialmente subite, o accettate passivamente dalla base; noto, a volte, anche un velato senso di rassegnazione. Anche i rapporti con il resto della cittadinanza mi sembrano abbastanza carenti, ma questa risulta essere una piaga della politica in generale. In sintesi, manca il coraggio di avvicinarsi alle persone, di ascoltare i loro dubbi, le proposte, le incertezze; manca la voglia di conoscere e la capacità di farsi conoscere. Si delega la comunicazione politica solo ed esclusivamente al web (importante, ma non risolutivo), tralasciando il contatto diretto.
Alla fine del post, urgono delle precisazioni. Questo intervento è fatto da una determinata prospettiva: mi sono, infatti, immedesimato (in alcuni punti) nell’inconsapevole elettore coinvolto, suo malgrado, in questa farsa politica. Ho preso, poi, in considerazione, solamente la situazione della mia zona di provenienza; spero che in altre parti d’Italia ci sia stata una maggiore serietà. Per saperne di più potete leggere, qualora lo vogliate, questo articolo un po' irriverente; oppure potete visitare questo sito.
21 Novembre 2008
Una volta tanto mi vedo “costretto” a parlare di qualcosa in maniera (moderatamente) lusinghiera. Il fatto risulta ancora più incredibile qualora si prenda in considerazione l’oggetto dei miei elogi. Questo è il network televisivo contro cui mi ero scagliato in un post di alcuni mesi fa: MTV. Strano a dirsi, ma è così. Certo, il mio giudizio sul malsano sistema di valori di cui il canale musicale è un fedele alfiere rimane fortemente negativo, ma ho il coraggio e l’umiltà di riconoscere che l’ “intestino mediatico” è stato capace di creare una apprezzabile iniziativa politica. Pochi giorni fa mi sono imbattuto in una pubblicità che mi ha incuriosito. I ritmi convulsi della voce fuori campo e le immagine sconclusionate non mi hanno impedito di coglierne il senso. Molto sinteticamente: attraverso un sondaggio su internet, i giovani spettatori della rete possono scegliere un macrotema intorno al quale, in un secondo momento, scrivere collettivamente una proposta di legge. Questa, poi, seguirebbe tutto l’iter previsto per una tale forma di democrazia diretta (raccolta di firme, presentazione alle Camere) fino ad una eventuale discussione in Parlamento. Occasione da non perdere. Il perché è semplice: finalmente ci troviamo davanti ad una proposta politica, rivolta ai ragazzi e promossa da un importante soggetto, che presenta una marcata concretezza. Spesso, purtroppo,i momenti di confronto e dibattito tra giovani sono fine a sé stessi; si riducono a patetiche “mostre mercato” di ragazzini che “la sanno lunga sul mondo”: una ridicola accozzaglia di piccoli “geni” che danno fiato alle loro vie respiratorie, parlandosi sopra e cercando a tutti i costi la frase ad effetto, il colpo di genio, finendo per dare vita alla più penosa delle gare “a chi urla di più”. Mi dispiace dirlo, ma non sto inventando niente. Anche io mi sono ritrovato, mio malgrado, a prendere parte ad uno di questi eventi catastrofici. Nel caso particolare, si trattava di una sorta di simulazione delle attività del Parlamento Europeo, aperta a una serie di scuole superiori, in cui i partecipanti discutevano animatamente per l’approvazione di fittizie proposte di legge, che avrebbero seguito un percorso più semplice e diretto di quelle vere, un percorso che le avrebbe portate dritte dritte dentro al cestino della spazzatura. Gratificante, no? Nel caso della “legge MTV”, le discussioni tra gli internauti saranno guidate da uno studio legale. Questo mi fa ben sperare: c’è la concreta possibilità che il confronto non si riduca ad un volgare turpiloquio o al solito sfoggio di sagacia, intelligenza ed erudizione, qualità molto difficili da dimostrare. L’importante, in questo come in tutti i contesti che presuppongano un dibattito (sia reale che virtuale), è non mettersi a cavillare su ogni singola stronzata e, cosa ugualmente importante, non trasformare il confronto in una questione personale, cimentandosi in sterili attacchi al “nemico” che, prendendo il posto delle legittime critiche ad un concetto, portano la discussione a livelli infimi, al pari delle trasmissioni di Maria De Filippi (o simili). Anche riguardo le critiche, secondo me, c’è da fare qualche appunto. Io credo che queste siano accettabili nella misura in cui siano costruttive, nella misura in cui si pongano sì come un’antitesi, ma rivolta alla ricerca di una sintesi. Sembra banale ciò che sto scrivendo, ma non lo è. Mi capita, sempre meno spesso (per scelta consapevole), di navigare nei siti internet di alcuni partiti o movimenti politici. Bene, i settori dedicati ai commenti degli elettori-visitatori mi mettono addosso una tristezza senza pari. Il normale dialogo diventa una contrapposizione irriducibile, il linguaggio rispettoso lascia il posto all’espressione saccente, lo “scopo del gioco” non è l’accordo tra le parti, ma la sopraffazione del “meno intelligente”. Lo sconforto viene dal fatto che, almeno all’interno di uno stesso soggetto, ci dovrebbe essere una comunanza di fondo tra i simpatizzanti; questa, però, è completamente soffocata dal narcisismo dei singoli, sempre meno disposti a fare gruppo. Non dico che questo significhi annullare il proprio pensiero, sarebbe stupido anche solo pensarlo: vuol dire, molto semplicemente, avere la capacità e la maturità di venirsi incontro, consapevoli del legame che esiste, di base, tra gli appartenenti alla stessa organizzazione.
Tornando a MTV, credo sia giusto far notare quelli che secondo me sono gli errori di fondo di questa (pur lodevole) iniziativa. Innanzitutto, si pecca abbastanza di banalità. Gli slogan (sia nella pubblicità televisiva, sia sul sito) sono ritornelli sentiti miliardi di volte, parole dal falso sapore rivoluzionario, buone solo a far presa sulla pletora di ragazzini finti-impegnati, le cui capacità di analisi sono a dir poco carenti. Slogan vaghi, qualunquisti, poco incisivi e poco credibili. Spesso, dietro parole d’ordine di questo genere, si nascondono colossali fregature ai danni di inconsapevoli e ben intenzionati giovinastri inesperti (ho avuto modo di sperimentare questa situazione in altri contesti). Spero (e ne sono anche abbastanza fiducioso) che non si verifichi lo stesso problema anche nel caso di specie. Secondo (e, per ora, ultimo) punto a sfavore è la tendenza a pensare che tutti i giovani abbiano la stessa testa. Questo falso mito porta a ridurre il dibattito politico ad uno sterile conflitto generazionale, che al giorno d’oggi ha perso di significato (o meglio: ha cambiato completamente forma). Credo che sia anche una forma di non rispetto nei confronti dei ragazzi. Si tende a svalutare i loro sentimenti, gli ideali, le proposte, le pulsioni; a separare e ghettizzare seguendo solo criteri anagrafici, non tenendo in alcun conto i percorsi personali e la capacità di assorbire un’idea generale e rielaborarla secondo la propria sensibilità. E’ per questo che vedo come una cosa molto difficile la stesura definitiva della proposta di legge. Difficile, ma non impossibile.
Detto ciò (stavolta penso di essermi un po’ dilungato), non mi resta che lasciare il link nella apposita sezione del mio blog e rimettere il giudizio nelle mani dei lettori.
13 Novembre 2008
Il titolo di questo mio ultimo intervento non è molto originale, me ne rendo conto. Questo perché la rabbia e l’umiliazione hanno raggiunto livelli così alti da togliermi molta di quella lucidità che mi permetteva di fare riflessioni il più possibile ponderate.
Anche in questo caso conviene, come sempre, andare per ordine. In questo post parlerò di una ipotetica zona che si trova al centro dell’Italia che, per discrezione, chiameremo Culonia. Detto questo, possiamo passare ai fatti. Pochi giorni fa leggo l’edizione locale di un importante quotidiano nazionale. In prima pagina, con tanto di foto e sorriso smagliante, vedo un articolo che mi fa rabbrividire. Si parlava dell’elezione di Miss Culonia 2008. Nella fattispecie, si dava eccessiva attenzione a questa ragazza (del mio stesso paese, di un anno più giovane di me), essendo lei la prima vincitrice del neonato concorso, e si descriveva brevemente la cronaca della kermesse. All’atto pratico: ecco creato l’ennesimo esemplare di aspirante valletta-Velina-Letterina-fidanzata di calciatore. Ma non è questo che mi fa incazzare. Ognuno è libero di seguire la strada che vuole, anche se in certi casi ciò presuppone uno stile di vita, per alcuni, deprecabile. Ciò che mi fa imbestialire è altro. Più precisamente, il messaggio (SBAGLIATO) che passa per colpa della giovane modella sbattuta in prima pagina del giornale locale. Ora, la Culonia è un territorio relativamente poco esteso; non dico che ci si conosce tutti, anche perché non è così ma, essendo socialmente abbastanza omogeneo, è più possibile che al suo interno si creino dinamiche di identificazione. E’, quindi, più semplice che una persona o un modo di comportarsi si trasformino in modelli da seguire. Ed ecco che la tipologia umana “sgallettata bigotta ultramaterialista” diventa quella socialmente più apprezzata, riconosciuta come dominante e come positiva. Quella che merita le pagine principali dei giornali con relativi complimenti sperticati da parte del pennivendolo di turno. C’è un altro aspetto della vicenda che mi avvilisce non poco. La ragazza in questione vive (ed è cresciuta) nella mia stessa realtà geografica e sociale, ma ha sviluppato valori e aspirazioni diversi dai miei e da quelli di tanti altri giovani del posto. Contestualmente alla incredibile importanza data a lei, è da registrare la generale tendenza a trascurare i giovani che sono attivi, a modo loro, nel sociale e che hanno raggiunto traguardi e posizioni di altra natura. Faccio l’esempio che mi riguarda più da vicino: nel corso degli anni, i soliti “pochi ma buoni” hanno fatto una discreta gavetta in ambito politico, costellata di momenti emozionanti, ma anche di momenti umilianti, di belle vittorie e di cocenti sconfitte; una gavetta che, in molti casi, è sfociata in un riconoscimento formale di questa attività. Parlo, a questo proposito, di ruoli più o meno importanti nell’organizzazione interna di qualche partito o movimento che, almeno nella mia realtà, rappresentano una buona base per proporre idee ed iniziative. Bene (si fa per dire), i media locali snobbano sistematicamente (salvo rarissime eccezioni) le notizie che riguardano questo settore della popolazione, scrivendo, spesso e volentieri, soltanto articoli riguardanti il lato più becero della politica locale, con l’ovvio effetto di aumentare la distanza tra questa e i cittadini. Un ragazzo “impegnato”, per veder riconosciuto il proprio ruolo nella società, sempre più costruita dai mezzi di comunicazione, deve imporsi con tutte le sue forze, mentre ad una “miss” svampita basta solo il suo bel sorriso e una fascia messa a tracolla. Infine, permettetemi un piccolo accenno di “revanscismo territorialista”. Che immagine possiamo dare, all’esterno, della Culonia, se il principale argomento di discussione è costituito dall’elezione di una reginetta di bellezza? E’ veramente ridicolo che il nome della mia zona sia associato solo ed esclusivamente ad un concorso di questo genere. Qui c’è molto di più; ci sono potenzialità inespresse in tutti i settori sociali e dell’economia; ci sono forze dirompenti che non emergono per colpa dei congeniti complessi di inferiorità di cui soffre la mia gente. Questa situazione ci ha portato ad essere la ruota di scorta della vicina Roma che, con pauroso cinismo, ci sta fagocitando sia sul versante economico che su quello ambientale (ma di questo parlerò in interventi futuri).
Abbiamo bisogno di prospettive di sviluppo ecocompatibile, di ottimismo, di condivisione delle risorse disponibili… E NON DI MISS. Ma questo nessuno sembra capirlo.
12 Novembre 2008
Martedì 11 novembre, 6.25 del mattino. Mi vesto in fretta e furia per raggiungere il capolinea degli autobus; cinque minuti più tardi sarebbe partito il mezzo che mi avrebbe portato alla stazione. E’ una corsa contro il tempo, che fortunatamente riesco a vincere. Bestemmio in tutte le lingue del mondo dialetti compresi, mi metto il borsone a tracolla e arraffo gli effetti personali che mi capitano sotto mano. Chiavi, documenti, pacchetto di gomme di ordinanza, tutto inzeppato alla meno peggio nelle tasche del mio insolito vestito pseudo-elegante. Inizio la mia avanzata furiosa nel freddo del primo mattino, il sole non si è ancora fatto largo tra le colline che sovrastano il mio paese. Freddo da cagarsi sotto. Salgo sul bus e come al solito sono assalito da uno scrupolo alquanto masochista, che mi porta a controllare minuziosamente se ho preso tutto ciò che mi serve. Il 99% delle volte l’improvvisato “check-up” ha esiti soddisfacenti e anche in questa occasione sembra tutto a posto. Infilo la mano nella tasca sinistra dei pantaloni, mi palpeggio la coscia a ripetizione e scopro un particolare di non poco conto: nella foga della rocambolesca uscita da casa ho dimenticato di prendere il cellulare. Disgrazia? Ma neanche per sogno! Io non sono un patito della tecnologia, sono abbastanza inabile nell’utilizzo di varie diavolerie di nuova generazione, necessito di spiegazioni ripetute più e più volte anche per compiere le azioni più banali. Non per questo, però, faccio parte di quella categoria di persone che disprezza le innovazioni tecnologiche, che vede l’impronta del diavolo sui telefonini, sui computer e sui navigatori satellitari. Per me l’adsl non è una malattia dalla quale tenermi lontano e le videocamere digitali non rubano l’anima. Tanta gente, forse ingenuamente, contrappone alle nuove invenzioni degli scenari bucolici fatti di ometti con il cappello di paglia in sella al trattore, di allegre comitive intente alla raccolta delle olive, dimenticando che le nuove tecnologie sono anche è soprattutto un fattore di progresso sociale. Molte malattie infettive non sono state debellate dalla “vita sana”. Gran parte del merito dell’aumento della circolazione dei saperi è di internet, bersaglio principale delle critiche dei nemici giurati della modernità. Potrei continuare all’infinito, ma non lo faccio. I problemi cominciano a sorgere quando si passa ad analizzare il rapporto che c’è tra uomo e tecnologia. Rapporto che a volte sfocia nel morboso, nella schiavitù, nella dipendenza, prende le forme di una vera e propria patologia. Certo è che la cura non può essere costituita da una brusca frenata della modernizzazione. Sarebbe inutile e in molti casi anche dannoso. E’ come dire che contro gli episodi di malasanità l’unica soluzione è quella di chiudere gli ospedali. Ridicolo, no? Tutti soffriamo, chi un modo chi in un altro, di questo tipo di malattia; sarebbe ipocrita dire il contrario. Io non faccio sicuramente eccezione. Il cellulare, purtroppo, è diventato una sorta di estensione meccanica del mio braccio. Quando sono teso guardo l’ora di continuo, vivo col “timore” di non aver sentito la suoneria, divento pallido come un cencio quando suona all’improvviso e sto mezz’ora a guardare il numero sul display e ad interrogarmi su cosa voglia il rompicoglioni di turno. Ma ieri no. Ieri è stato diverso. Diverso e molto rilassante. Ho passato una delle giornate romane più belle da quando ho iniziato la mia vita da universitario pendolare, anche se non ho fatto cose eccezionali. Dopo le maledizioni di rito, dovute all’amara scoperta fatta appena partito, mi sono messo immediatamente l’anima in pace, accettando di buon grado la mia condizione di persona sprovvista di mezzo di comunicazione. Nella mattinata sono stato in facoltà, raggiungendo un traguardo importante della mia carriera universitaria e vivendo il tutto con un’innaturale serenità, consapevole di essere potenzialmente isolato e del tutto immune da improvvise rotture di palle, senza la preoccupazione di quello che sarebbe potuto uscire da quella a volte utile e a volte malefica scatoletta. Nel pomeriggio, invece, ho vagato per la città, in compagnia di un mio buon amico, come mai avevo fatto prima: i posti toccati sono stati pressappoco gli stessi di sempre, lo spirito, però, era diverso. Non mi sembra di esagerare se dico che era come se camminassi su una nuvola, come se esistesse solo il presente. Mi sentivo più leggero, anche più buono e percepivo tutto ciò che avevo intorno come altrettanto leggero. Per concludere: provate, per una volta, a “dimenticare” volontariamente il vostro cellulare sul letto o nel bagno di casa vostra e passate un intera giornata senza di lui. E’ un ottimo modo per depurarsi dalle scorie della quotidianità.
14 Ottobre 2008
Lo scorso sabato, un esercito pacifico e gioioso ha invaso le strade del centro di Roma. 300.000 persone (ma secondo me eravamo molti di più) provenienti da tutta Italia si sono ritrovate nella Capitale per esprimere il loro dissenso nei confronti delle politiche del Governo. Il risultato è stato un corteo colorito e festoso, una marcia che ha visto unite le diverse anime di quella Sinistra che in tanti, erroneamente, davano per spacciata. Ma non è di questo che voglio parlare. O meglio: il post non tratterà delle sensazioni che ho provato in quella splendida giornata. Non parlerò della contentezza per aver ritrovato un amico di vecchia data e aver percorso con lui tutto il tragitto e nemmeno di quanto sia emozionante “marciare” al fianco di quelle persone che con me hanno in comune sia la fede politica, sia la provenienza geografica. Come al solito, cerco di individuare il lato negativo della situazione, di esporlo nel miglior modo possibile e di suscitare qualche reazione in coloro che leggono. Ma veniamo al dunque. Con circa cinque giorni di anticipo (sono un maestro del preavviso J) ho contattato alcuni miei amici per avvertirli dell’evento. Nulla di faticoso: da Rieti sarebbe partito un pullman che avrebbe fatto una fermata nella nostra zona e ci avrebbe portato fino al luogo del concentramento, per poi riportarci a casa “dopo i fuochi”. Le risposte sono state a dir poco agghiaccianti. Il caso più emblematico, quello che mi ha fatto rimanere davvero di merda, è quello di un ragazzo con cui ho un bel rapporto di amicizia. “Parlando” con lui su msn (cosa squallida, se si pensa che siamo vicini di casa) ho assistito ad una magistrale esibizione di burinaggine, di snobismo allo stato puro. Mi spiego meglio: i suoi “boh”, “non so”, “vedrò” erano risposte dettate da qualcosa di più sottile di un semplice (e anche, perché no, comprensibile disinteresse). La provincia è strana, l’ho scritto (o fatto capire) anche in alcuni post di qualche tempo fa, ma con un po’ di attenzione la stranezza lascia il posto ad una estrema facilità di comprensione. Il ragionamento fatto dalla persona in questione (e da altri) è semplice, ed è il seguente: dal momento che sono io (io che sto scrivendo) l’unico pirla che, nella zona, si fa in quattro per stimolare la partecipazione giovanile, prendere parte alla manifestazione è visto come un favore personale che si fa a me. Se per qualche motivo il soggetto si sente in lotta, in competizione o in disaccordo con il sottoscritto ecco che scatta il rifiuto. In questo caso (che io sappia) non c’è astio nei miei confronti, ma solo il desiderio di sentirsi importanti, facendosi desiderare, facendo i preziosi. L’unico punto che sfugge a queste “vecchie volpi” è che io non ci guadagno nulla se loro muovono il culo e si attivano dal punto di vista politico.
Questi meccanismi, purtroppo, si mettono in moto anche quando ci sono in ballo altri momenti di aggregazione politica, di confronto, altre occasioni di agire sul sociale (parlo di assemblee, volantinaggi, incontri pubblici). Ciò succede perché nelle piccole realtà la politica è vista come una sorta di proprietà privata, un giocattolo nelle mani di pochi eletti (o volenterosi, o coglioni… che a dir si voglia). Certo è che molti politicanti locali non fanno niente per smentire queste visione collettiva dell’amministrazione della cosa pubblica; ma almeno tra i più giovani, tra quelli che non hanno addosso lo sporco incrostato di quasi cinquant’anni di Prima Repubblica, questo modo di concepire l’impegno politico dovrebbe essere almeno un po’ attenuato. I rifiuti davanti ad una proposta come quella di cui parlavo prima, dati spesso e volentieri (anche nel caso di specie è stato così) senza motivazioni particolari, sono ancora più avvilenti se si considera che gli autori sono tutti ragazzi che si atteggiano a “impegnati”. Insomma, quelli che credono che l’impegno stia nel fumarsi una canna o nel sentire un concerto di qualche cantautore; quelli che costruiscono la loro personalità solo sul vestiario e sui gusti musicali; quelli che non vanno al di là delle parole, fottendosi di paura al momento di iniziare con i fatti.
Per la cronaca: il soggetto di cui ho parlato, alla fine, non è venuto. Sono sicuro, però, del fatto che ha passato un “eccitante” pomeriggio su msn e in giro per il paese. Vuoi mettere con la manifestazione?
05 Ottobre 2008
Torno a scrivere sul blog dopo tanto tempo. L’assenza prolungata si può spiegare facilmente: considero questo diario pubblico come un mezzo per veicolare emozioni, considerazioni o fatti che mi sono accaduti. L’esigenza di comunicare, di condividere ciò che sento e che vedo, per me, come per la maggior parte delle persone, va e viene, è altalenante. Può capitare, perciò, che ci siano periodi di silenzio, di chiusura, nei quali non c’è il bisogno di confrontarsi e di aprirsi. Fatto questo “doveroso” preambolo, passo rapidamente a ciò che mi preme di scrivere. Pochi giorni fa ho sostenuto l’ultimo esame del mio corso di laurea. Grazie all’aiuto di un amico, sicuramente più ferrato di me in materia, sono riuscito a strappare un 26 alla professoressa di demografia, conquistando la possibilità di laurearmi nella sessione di novembre. Felicità doppia: nonostante la mia avversione per tutto ciò che abbia a che fare con i numeri, ho preso un signor voto in un esame basato solo sulla conoscenza di formule e formulette e, cosa altrettanto importante, non passerò sei mesi a girarmi i pollici. Conoscendo le lungaggini e il fiscalismo improvvisato della burocrazia universitaria, ho deciso di precipitarmi immediatamente in segreteria, per consegnare l’ennesimo modulo indispensabile per mettere in modo la farraginosa macchina amministrativa dell’ateneo. Da qualche settimana a questa parte non faccio altro che compilare, firmare e consegnare pezzi di carta: domande preliminari, definitive, autocertificazioni, iscrizioni e sono costretto a vedermela con le relative scadenze, imprecisioni, file di qualche centinaio di metri allo sportello. Durante le lunghe attese nell’angusto seminterrato ai piedi della ferrovia della metro B, mi è capitato di parlare con altri ragazzi, tutti nella stessa condizione di vittime della burocrazia. Si sentono storie ridicole (e nello stesso tempo sconcertanti) di errori grossolani da parte degli addetti alle mansioni amministrative, di esami dati all’estero non riconosciuti, di gente che non ha potuto discutere la tesi perché nella documentazione mancava una firma o una data. La disattenzione e l’incompetenza di chi si occupa di questo settore pesano poco o niente sulla enorme mole di problemi a cui devono far fronte gli studenti alle prese con tasse e documenti. Le responsabilità di queste situazioni al limite del grottesco vanno ricercate nella totale mancanza di coordinamento e razionalità. L’attività didattica e quella burocratica viaggiano su binari paralleli, nessuna tiene conto dei tempi e dei modi in cui si svolge l’altra. I continui cambiamenti dell’assetto gestionale vengono spesso subiti da chi, in teoria, dovrebbe beneficiare dei servizi dell’università. E’ questo il caso del passaggio dal “3+2” all’ “1+4”: coloro che non presentano opportuna domanda di trasferimento si ritrovano come incastrati in una morsa. Hanno il diritto di sostenere gli esami previsti dal loro ordinamento (non contemplati nei nuovi corsi di laurea), ma non sanno se queste prove verranno o meno verbalizzate e riconosciute. Senza contare poi gli stretti intervalli che intercorrono tra gli ultimi appelli di settembre e i limiti massimi per presentare le cartacce di cui parlavo prima, che obbligano, il più delle volte, a forsennate corse contro il tempo. Quello che rende ancora più perplessi è il fatto che non ci sia alcun tipo di collegamento tra il lavoro di due differenti uffici o addirittura dello stesso ufficio in più intervalli di tempo; tanto che alcuni ragazzi si ritrovano iscritti da un anno ad un corso di laurea magistrale, pur non essendo ancora in possesso del titolo che si consegue alla fine della triennale. Può anche succedere che venga recapitato a casa un bollettino per il pagamento di qualche tassa di iscrizione sbucata fuori dal nulla. Su questo aspetto gioca molto il fattore sorpresa. Per concludere. Non a caso questo post risulta un po’ pesantuccio. Non a caso è pieno di esempi (seppur abbozzati) di casi di storture amministrative che forse risulteranno poco digeribili ai lettori. Quello che ho scritto dovrebbe dare un’idea (anche approssimativa) di quanto la burocrazia tolga tempo ed energie a tutti quelli che frequentano l’università perché sono sinceramente interessati a ciò che studiano, a quelli che vogliono costruirsi un futuro che abbia alla base cultura e competenze, non “modelli A.1-1” e domande di questo o quell’altro. Certo, un sistema di regolamentazione ci deve essere per forza, non dico che la soluzione di tutti i mali debba essere l’azzeramento di certe funzioni; ma sarebbe un grande passo in avanti lo snellimento di tante procedure inutili e prolisse, unito ad un’informatizzazione seria e scrupolosa, che segua di pari passo il percorso didattico di ciascuno e abbia procedimenti facilmente comprensibili da tutti. In questo modo, forse, si eviteranno un po’ di rogne.
30 Giugno 2008
Continuo sulla falsariga dei due ultimi interventi e parlo del ruolo che ha la scuola nel processo di degradazione sociale che, negli ultimi anni, ha avuto una paurosa impennata. Eh sì, ancora insisto; ma quando ti sembra di aver detto tutto riguardo alla fogna della cultura italiana, ecco che dal suolo emerge una massa di melma maleodorante, di fronte alla quale non è necessario turarsi il naso. Questo è tempo di esami, di diplomi e di piccole ingiustizie. Ogni anno c’è qualche genitore sul piede di guerra, pronto a denunce e ricorsi contro gli istituti a causa di un voto “sbagliato” dato al proprio figlio. Questi, però, sono episodi sporadici, che rientrano subito. Sono dei fuochi di paglia che si spengono perché per alcuni la vacanza è un dovere morale, non si possono mandare a puttane due settimane in Egitto per stare dietro all’attività degli avvocati; oppure per paura di possibili ritorsioni da parte delle commissioni che hanno valutato (e dovranno rivalutare, in caso di vittoria del ricorso) lo studente; o perché, dopo tutto, il voto non era poi così sbagliato. Questa estate, però, lo scenario è leggermente diverso, almeno nella mia zona. Si è verificato uno strano susseguirsi di fatti un po’ dubbi, che fanno pensare, alle menti più maliziose, all’esistenza di una qualche “strategia della tolleranza zero” adottata dai presidi (la maggioranza dei quali vive fuori dal mondo, inebriati da quel poco di effimera autorità conferita dal ruolo istituzionale) e male interpretata dai professori, notoriamente frustrati per i motivi più vari. E’ lecito pensare che le vittime del ritrovato (quanto privo di senso) autoritarismo siano quegli studenti fannulloni, che non meritano la promozione, quelli che sprecano le giornate nel tentativo, quasi sempre riuscito, di rovinare quel poco di produttivo che riesce a mettere in piedi la scuola, che fanno un vanto della loro ignoranza. E invece no. Chi paga le conseguenze di questo clima di tensione sono proprio quei ragazzi che, per forza o per piacere, utilizzano un po’ delle loro giornate per studiare, quelli che si interessano, che partecipano, che mettono in discussione. E forse è proprio questo che non è accettato. I viscidi esseri dietro la cattedra non concepiscono il fatto che un ragazzo possa rapportarsi con loro in maniera dialettica, possa fare delle domande talvolta difficili, argute, possa confutare con argomentazioni intelligenti quello che dicono nelle loro “lezioni magistrali” Ed ecco che, al momento giusto, arriva la punizione. Così, tanto per fare un esempio, la studentessa che con 100 avrebbe pagato la metà delle tasse universitarie ed avrebbe usufruito di una borsa di studio, si vede assegnare un sadico 99. La cosa spaventosa è che queste carognate vengono eseguite anche alle scuole medie: lo studente che avrebbe potuto benissimo uscire con “distinto” esce con “sufficiente”, come i suoi compagni di classe che pisciano nel cestino dei rifiuti nel bagno della scuola, come quei ragazzini così imbecilli che, alla prova orale, invece di sostenere la consueta interrogazione hanno suonato due note col flauto. Un altro motivo che spinge, secondo me, i professori a premiare la stupidità è il rispetto che nutrono nei confronti del “maschietto alfa”; un sentimento morboso, dettato non dalla stima, ma dalla paura. Più che di rispetto, si tratta di timore reverenziale. E di compiacimento. Compiacimento per quelle scimmiette che disturbano il loro “lavoro”, è vero, ma non contestano il loro operato.
Questi atteggiamenti non fanno altro che legittimare e dare un incentivo ai comportamenti di cui parlavo nel post di due giorni fa. Se un ragazzo che studia è valutato come un suo coetaneo deficiente è naturalmente portato a pensare che farsi il mazzo sui libri, tentare di capire quello che legge, esercitare il cervello, è totalmente inutile. Avranno partita vinta quegli animali avvezzi a mostrare i loro cazzetti mosci davanti alla videocamera del cellulare.
Un’ultima cosa. Parlo di semplice legittimazione di orientamenti già esistenti perché non accetto il discorso che la scuola possa creare qualcosa. Anche di negativo. Credo che quegli impiegatucci statali di quart’ordine, con la fissazione di essere sottopagati, che chiamiamo con il pomposo nome di “insegnanti” non abbiano né la testa, né il carattere per dare vita e forma a un qualsivoglia valore. C’è bisogno di un salto verso la modernità. C’è bisogno di un corpo insegnante altamente qualificato, non di un esercito di “ragionieri Fantozzi”, decisamente troppo pavidi e umanamente minuscoli per il loro ruolo di educatori.
28 Giugno 2008
Questo post è forse l’appendice di quello precedente. Ritorno sull’argomento integrandolo, per quanto possibile, per rendere meglio l’idea del processo degenerativo di cui è vittima la zona in cui abito ed in cui sono cresciuto. Torno a ripetere che sono attaccatissimo al mio territorio. Forse è proprio per questo che soffro quando mi accorgo della brutta piega che, socialmente, stiamo prendendo. Il punto di partenza ideale di questo mio nuovo intervento potrebbe essere l’ultima frase di quello scritto due giorni fa. Non la riscrivo perché odio le citazioni; poi la potete leggere qui sotto. Parlavo di inesorabile peggioramento dei rapporti umani dovuto allo stravolgimento del senso comune, di una deriva neo-fascistoide che sta rovinando tanti ragazzi. Ora, non la voglio buttare in politica per due motivi: innanzitutto perché non centrerei il problema, poi perché dalle nostre parti i partiti di maggioranza hanno una tale stretta clientelare da non far presagire grossi stravolgimenti istituzionali. Detto in parole povere, quello che mi preoccupa è il fatto che la violenza sia diventata l’unica forma di espressione nelle nuove generazioni di miei conterranei. Pare sia diventato il solo modo di esprimere la propria personalità e di rapportarsi con gli altri in ogni contesto, da quello ludico a quello scolastico. La mia impressione è che stiamo tirando su branchi di bestie incapaci di inserirsi in ambienti che richiedano anche solo un minimo di interazione. La sopraffazione del più debole e l’atto di forza decontestualizzato sono, da quello che purtroppo ho visto, le basi per l’interpretazione della realtà circostante. Da qui ne viene fuori un insieme di valori obiettivamente negativi, un esasperazione animalesca della propria (presunta) possenza fisica. Finiscono per essere legittimati comportamenti inqualificabili. E questa è la cosa peggiore: giudicare normali degli atteggiamenti che costituiscono delle tristi eccezioni. Giusto per fare qualche esempio. Alcune sere fa mi sono trovato davanti ad un raccapricciante teatrino: aspettavo alcuni amici in un bar del mio paese, per poi andare in una qualche birreria o simili (ora non ricordo); ebbene, dal viale principale ho iniziato a sentire delle urla di ragazzine, poi frasi del tipo “io a questo lo ammazzo” (o roba del genere). Tempo due minuti è iniziata la zuffa, dovuta, da quello che ho potuto capire quando con altri ragazzi abbiamo tentato di separare i contendenti, al resto della pizza. Ora, quello che mi ha lasciato senza parole è l’età dei ragazzini che se le davano di santa ragione (16-17 anni) e il fatto che episodi dello stesso tipo succedono praticamente ogni sera, per motivi anche più futili. Come se non bastasse, nel tragitto dal bar alla macchina, ho assistito ad un campionario di violenza gratuita da far venire il vomito. Orde di pargoletti incazzati (in tutto saranno stati una sessantina) che comunicavano urlandosi contro e saltandosi addosso come le capre. Alcuni prendevano oggetti trovati per terra e li usavano come armi sugli altri, che non tardavano a rispondere. Sia chiaro, io penso che tra amici piccolo approccio fisico ci può pure stare, ma senza cattiveria. Se arrotoli due riviste di Tecnocasa, miri alla testa del tuo compagno di giochi, colpisci con tutta la forza che hai in corpo,lo lisci, tiri giù una sana bestemmia e giuri di ammazzarlo… beh, forse ci sono dei problemi di relazione con il prossimo. La cosa sconcertante è che questi attacchi di isteria sono diffusi anche tra i bambini. Giocare a pallone è, da sempre, uno dei passatempi preferiti dei più piccoli. Mi ricordo che quando, con i miei amici, davamo vita a epici scontri nei cortili o negli spiazzi lo scopo del gioco era quello solito: segnare. Ora no, ora è diverso: è più bravo colui che riesce, con una pallonata, a rompere i vetri delle finestre della scuola elementare o a spegnere le lettere dell’insegna della banca. Quello che conta non è più essere dei buoni giocatori, ma delle piccole macchine da guerra programmate per offendere. Tanti moralisti fanno a gara a dare la colpa alla scuola, alla televisione, a Youtube o ad una generica e inspiegata refrattarietà nei confronti dell’autorità. La verità è che nessuno ci sta capendo un cazzo. Anche se forse, è nelle famiglie che si deve ricercare il principio primo di questa violenza; nei genitori che massacrano di botte i figli perché si sono sporcati i pantaloni nuovi o perché il compagno di banco ha preso un voto più alto. La famiglia plasma i valori e i comportamenti dell’individuo. E a volte questo è un male.
26 Giugno 2008
Da un po’ di tempo seguo divertito, con una specie di aristocratico distacco, le vicende di una parte del mio gruppo di amici. Il mio è più che altro un sorriso amaro di fronte a comportamenti a volte grotteschi e al loro cambiamento (in peggio). Per carità, non fanno male a nessuno (almeno fino ad ora è stato così); molto più semplicemente, hanno deluso le mie iniziali aspettative, forse dettate da un po’ di ingenuità. I miei rapporti con loro continuano ad essere ottimi, ma il crollo dei “falsi miti” lascia sempre un po’ di merda. Quella che credevo una solida struttura, si è rivelata un castello di carte. Ma, come è giusto che sia, partiamo dall’inizio. Nelle stesse forme che in tutti i paesini di provincia, anche nel mio c’è una cultura dominante. Come spesso accade, la preponderanza numerica si è trasformata in una dittatura sottile. Da quando ho iniziato a fare caso a certi comportamenti sociali, ho riscontrato nelle varie generazioni di giovani del mio territorio, sempre la stessa tendenza; parlo di quella pulsione incontrollata a seguire le mode che vengono dall’esterno. Questo provoca, ogni volta, goffi tentativi di imitazione, ibridazioni scriteriate di linguaggi, aspetti esteriori e stili di vita. Nel tempo si sono succedute strane capigliature, abbigliamento e motorini rosa, frangette e borsette firmate. Più che di contaminazione, si può parlare di imbastardimento culturale. Ma questa è un’altra storia. Nel 2004, per quello che mi è parso un processo naturale ineluttabile, un discreto numero di ragazzi provenienti da paesi vicini ha cominciato ad essere un gruppo; un’aggregazione spontanea di disperati, accomunati da uno stesso percorso di vita opposto a quello della maggioranza , da scelte simili, percezioni della realtà tendenzialmente simmetriche e, perché no, manifestazioni estetiche rispondenti agli stessi criteri di bellezza. C’ è da dire che questa comunanza non aveva il suo punto di forza nell’esteriorità, era qualcosa di più di una moda passeggera. O meglio, così sembrava all’inizio. Un fortissimo collante, che in una certa misura offriva un’identità collettiva, era la musica. Quasi tutti facevano parte di band emergenti. Chi era totalmente inabile con gli strumenti (come me) si occupava dell’organizzazione di piccoli eventi e concerti. Non era per niente facile, ci voleva molta passione e un bel po’ di dimestichezza; ma in un ambiente come quello, in quel perfetto amalgama di sensazioni, aspirazioni, modi di pensare, era molto facile trovare le motivazioni per creare qualcosa di concreto. Tanto che nel primo periodo, agli albori di questa storia di provincia, tutti noi (chi in un modo, chi in un altro, chi suonando, chi facendo politica) abbiamo acquisito una certa visibilità. Ora non dovevamo più elemosinare gli spazi; erano gli altri che ci venivano a cercare. Eravamo diventati una risorsa da valorizzare e in certi casi, purtroppo, da sfruttare (ma questa è un’altra storia ancora). Per alcuni, adesso, eravamo noi quelli da imitare. Da questo punto in poi sono cominciati i problemi. Tanti di questi ragazzi che credevo possessori del dono della diversità (oh me ingenuo!) si sono poi rivelati per quello che erano: individui immersi fino al collo nel sistema culturale locale, ingabbiati nella logica della moda, nella trappola dell’apparire ad ogni costo. Le aspirazioni erano cambiate, diventate più materiali; gli atteggiamenti si stavano piano piano uniformando a quelli della massa informe dei nostri coetanei e conterranei. Questo gruppo prima coeso e attivo è stato intaccato dal morbo dell’autoreferenzialità. Molti hanno cominciato a provare piacere solo nel parlare di sé stessi, la spasmodica autocelebrazione ha preso il posto dell’attivismo. La prova più visibile di quello che sto scrivendo è la drastica riduzione del numero di band presenti nella zona. In alcuni periodi erano anche 15-20, ora sono 4 o 5, poco conosciute al di là delle cantine dove fanno pochissime sessioni di prova. L’intraprendenza è diventata l’eccezione, la contemplazione della propria immagine la regola. Sembra che il culto dell’apparenza abbia ciucciato tutte le energie presenti in passato.
A conferma del fatto che la “legge del più figo” ha preso piede anche in questi ambienti sta il repentino capovolgimento dei criteri del “brutto” e del “bello”, con conseguente scioglimento dei nodi identitari. Non sono arroccato su posizioni di chiusura: per me la diversità è un valore positivo e la contaminazione un bene. L’appiattimento cultural-modaiolo no! Tento di spiegarmi meglio. Negli ultimi tempi ha preso a farsi vedere uno strano tipo: un rapper. Dalle nostre parti risulta una figura abbastanza anacronistica; questa musica e questa cultura andavano per la maggiore (ma nemmeno tantissimo) 10-11 anni fa e non hanno per niente lasciato il segno. Fa anche un po’ pena a vederlo: vestito come a Carnevale, linguaggio disarticolato, indegna caricatura dei suoi “colleghi” americani (quelli di serie C, però) proveniente da un paesetto rurale (bellissimo, tra l’altro) che si snoda lungo una vallata sperduta. Ora, non sto dicendo che, per forza di cose, debba intraprendere la vita contadina ma, se permettete, due risate me le sono fatte quando ho saputo l’origine geografica di questo gangsta-deficiente, sottoprodotto della West Coast. Nonostante sia una persona di una tristezza senza pari, è non solo accettato (il che non comporterebbe alcun tipo di problema), ma anche idolatrato da certa gente. Ed ecco l’inclinazione ad essere schiavi della moda. Si finisce per rimanere ipnotizzati davanti al primo coglione che si atteggia a quello che non è.
Spero che i ragazzi che oggi hanno 16-17 anni non facciano la stessa fine; anche se quello che sto vedendo (fascistizzazione scriteriata) lascia presagire il peggio.
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