Nel post di oggi torno a parlare di partecipazione politica, anzi, di una sua lontana parente. La discrezione mi impone, ancora una volta, di non scrivere il vero nome del soggetto a cui è dedicato questo mio ultimo intervento. Diciamo, però, che in Italia, da poco più di un anno a questa parte, ha preso piede una strana combriccola, che per convenzione chiameremo “Polli Disossati”. Nel corso dei mesi, su questo allegro carrozzone sono salite le tipologie di persona più diverse. In molti erano armati di buone intenzioni, di una genuina (e spesso ingenua) voglia di cambiamento, altri, invece, erano (e sono) mossi da un bieco arrivismo, da uno sfrenato (e a volte malsano) desiderio di fare carriera. Un discreto numero dei componenti della prima categoria partecipa alle attività dei Polli con sempre minore convinzione, alcuni meditano l’uscita dal club, altri sono già passati alle vie di fatto. I componenti della seconda, riconoscibili dal piumaggio estremamente lucido, dettano (come prevedibile) i ritmi e le modalità di azione dell’organizzazione, producendo effetti, in alcuni casi, perversi.
Ma lasciamo da parte il delirio di orwelliana memoria e passiamo a parlare del fatto che mi ha stupito e mi ha spinto a scrivere queste poche righe. Detto brevemente: per tutta la giornata di ieri si sono svolte le elezioni primarie (diavoleria importata dagli USA e prontamente stravolta dagli scaltri italiani) per eleggere i componenti degli organi dirigenti regionali dei “Giovani Disossati”. Insomma: i pulcini.
Il seggio era allestito alla bell’e meglio in un locale comunale. Le urne erano due scatole di scarpe foderate di carta adesiva bianca, con su scritto il tipo di schede da imbucare all’interno di ciascuna di esse; la cabina elettorale era una felice utopia e il personale era ridotto ad una sola persona. Non è, però, l’aspetto puramente formale quello che mi ha preoccupato di più. I dubbi sulla questione della correttezza mi vengono ogni volta che mi imbatto in una di queste elezioni improvvisate: la scarsità di controlli e la superficialità dell’organizzazione dell’ evento potrebbero avere delle conseguenze poco piacevoli sul piano della effettiva regolarità delle operazioni di voto. Un militante poco onesto potrebbe in ogni momento votare alla chetichella qualche decina di schede e mettere qualche firma fasulla sui registri dei votanti. Fortunatamente questa eventualità, nel caso specifico, risulta essere alquanto remota, data la correttezza delle persone coinvolte. Ad onor del vero: io non ho fatto caso se sui registri ci fosse la colonna sulla quale scrivere il numero di riconoscimento dei documenti di identità; in questo caso, la conformità alle regole non sarebbe stata a rischio.
Voglio, però, indirizzare maggiormente l’attenzione verso alcuni aspetti di questa situazione, a mio giudizio abbastanza avvilenti. Aspetti che permettono, per quanto possibile, di tracciare un sommario identikit dell’elettore e dell’ “eleggibile” medi, almeno in rapporto alla singola iniziativa. Ora, un particolare importante è costituito dalla collocazione geografica del seggio: questo era ubicato (ogni tanto un parolone ci vuole J) in prossimità della biblioteca comunale, frequentata, nel pomeriggio, da gruppi di ragazzi dei primi anni delle scuole superiori, che si ritrovano per studiare o anche solo per passare un po’ di tempo al cazzeggio. Bene, la maggior parte di coloro che hanno espresso la propria preferenza era costituita proprio dai giovani utenti della biblioteca, letteralmente chiamati a dare il loro voto senza tuttavia avere un particolare interesse verso la causa e senza conoscere i candidati sui quali hanno riposto la loro fiducia. Un’altra fetta dell’esiguo elettorato era composta da amici e parenti dei candidati. Ed ecco che si scoprono gli altarini: siamo davanti all’ennesima forma di democrazia calata dall’alto, di partecipazione non partecipata, di coma politico indotto.
Questa mia tesi si è rinforzata dopo la lettura dell’elenco degli aspiranti dirigenti. Nessuno di loro è associabile ad un percorso di militanza politica, alcuni fanno parte di quel settore di popolazione che fa del disinteresse una sorta di bandiera, c’è chi non ha la minima idea di ciò che significhi essere parte di un soggetto politico, chi vuole l’avanzamento di grado senza fare sacrifici, senza fare sforzi, chi è incline a non “sprecare” il suo tempo ad una manifestazione o nella preparazione della festa del partito. Niente di più che nomi su un pezzo di carta, entità evanescenti, lontane, avvolte da una nebbia sottile che impedisce di distinguerne i connotati. Se si segue questa strada, come si pretende di “avvicinare i giovani alla politica”?
Merita, infine, di essere menzionato, il contenuto della scheda gialla. Con questa si eleggeva il Segretario Nazionale dei “Giovani Disossati”. I candidati erano, se non ricordo male, quattro. Quattro illustri sconosciuti. Quattro nomi. Parole intercambiabili, dal significato oscuro, parole che lasciano spiazzati. Per quello che riguarda gli aspiranti dirigenti regionali, almeno, c’era l’attenuante della possibile conoscenza diretta: in questo caso no. Scopro adesso, attraverso internet, i loro volti, le loro storie, i loro aperitivi preferiti (sarcasmo buttato lì J); ma quanti degli elettori delle primarie hanno avuto il tempo o la voglia di andarsi ad informare su di loro? Quanti hanno letto i loro programmi politici? Io credo molto pochi, forse nessuno (almeno nella mia zona). Colpa degli elettori? Non direi. Penso, da esterno, che la comunicazione interna al partito abbia moltissime lacune. Molte delle decisioni vengono sostanzialmente subite, o accettate passivamente dalla base; noto, a volte, anche un velato senso di rassegnazione. Anche i rapporti con il resto della cittadinanza mi sembrano abbastanza carenti, ma questa risulta essere una piaga della politica in generale. In sintesi, manca il coraggio di avvicinarsi alle persone, di ascoltare i loro dubbi, le proposte, le incertezze; manca la voglia di conoscere e la capacità di farsi conoscere. Si delega la comunicazione politica solo ed esclusivamente al web (importante, ma non risolutivo), tralasciando il contatto diretto.
Alla fine del post, urgono delle precisazioni. Questo intervento è fatto da una determinata prospettiva: mi sono, infatti, immedesimato (in alcuni punti) nell’inconsapevole elettore coinvolto, suo malgrado, in questa farsa politica. Ho preso, poi, in considerazione, solamente la situazione della mia zona di provenienza; spero che in altre parti d’Italia ci sia stata una maggiore serietà.
Per saperne di più potete leggere, qualora lo vogliate, questo articolo un po' irriverente; oppure potete visitare questo sito.
1 commento
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c'è chi dice che il partito politico come cinghia di trasmissione "fra alto e basso" sia tramontato da decenni..
..forse l'ennesima conferma che la democrazia rappresentativa andrebbe concretamente riadattata e modellata alla complessità della società post-moderna di cui web, tv e quant'altro sono ormai parte integrante ed ineliminabile.
A mio avviso urgerebbe una riforma che non sia nè solo dei meccanismi politici, nè solo dell'organizzazione partitica, ma una vera e propria "riforma culturale"..un rinnovamenti del "cuore" che dovrebbe andare ben oltre lo scimmiottamento (che ovviamente parte dall'alto e resta sospeso a mezz'aria senza toccare la base..) di modelli di partecipazione appartenenti a realtà politiche e sociali differenti dal nostro sin dalle radici più profonde.
ciao!